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Ambra e l'Ombrone

AMBRA E L'OMBRONE


Ambra, la bellissima ninfa dagli occhi ora verdi ora argentei, danzava in una radura, vestito l'agile corpo flessuoso soltanto di raggi di luna. L'Ombrone che accompagnava il palpito della notte estiva con la dolce melodia delle sue acque, la vide e se ne innamorò perdutamente.
Ma la ninfa sdegnosa lo fuggì. Invano il fiume le mormorò parole appassionate, invano tentò di attirarla tra i suoi flutti. Ma Ombrone non si diede per vinto e prese ad inseguirla, ora vezzeggiandola, ora implorandola ed infine minacciandola ben decisa a ghermirla.
E corsero e corsero i due, per i dirupi, per le strette forre, per la pianura aperta, fin tanto che le forze di Ambra non cominciarono a scemare. E già Ombrone stava per afferrarla quando la ninfa, sentendosi perduta, invocò l'aiuto di Diana. L'implorazione giunse alla dea che subito bloccò Ambra in una rocciosa isoletta. Diana, specializzata nel sistema di trasformare le ninfe nelle cose più impensate, si vantava di questa sua originalità ed aveva già cambiato in una fontana, nell'isola di Ortigia, la ninfa Aretusa sedotta da Alfeo. La leggenda però narra che Alfeo, figlio di Oceano e di Teti, trasformato a sua volta in fiume, attraversò da Arcadia tutto lo Jonio per raggiungere la sua amata fontana e vi riuscì felicemente in barba a tutti i divieti della dea crudele.
Lo sapeva anche Ombrone che Diana non aveva nessuna pietà per i fiumi innamorati delle ninfe, ma conosceva anch'egli la storia dei fluidi amanti di Ortigia e la sua felice soluzione, perciò non disperò, anzi si ostinò a voler vincere con la costanza e la fedeltà, continuando ad amare l'improvvisata isoletta. La circondò della spuma più candida, vi sostò nelle notti di luna per abbracciarla perdutamente e blandirla con nenie sommesse o canti sonori.
Ma la roccia muta e fredda non aveva un fremito e il pianto del fiume si innalzava in canto. Lo udivano i colli boscosi, la pianura sconfinata, le spiagge lunate, le fruscianti pinete; lo udivano i butteri nelle nottate all'addiaccio, i solitari pastori, gli amanti infelici ed erano percorsi da un brivido di commozione.

Intanto il tempo passava e il fiume fedele continuava ad aspettare e a consumare la roccia a furia di baciarla e di lambirla. Forse la ninfa prigioniera lo udiva e fremeva nella dura pietra sognando le corse sulle verdi rive del fiume e le danze al chiaro di luna. E forse, chi sa, come Dafne pentita nell'attimo stesso in cui il padre la trasformava in albero, invocava il dio Apollo al quale aveva voluto sfuggire (" Oh, Apollo Febo, strappami da terra...." ) anch'essa, Ambra, amava ora Ombrone che con tanta costanza e tanta passione la invocava. Ma Diana implacabile non ascoltava.
E ancora Ombrone invoca e aspetta.
L'amore e la forza del fiume certo riusciranno un giorno a consumare l'isoletta ridotta già alle proporzioni di un grosso sasso in mezzo all'acqua che le gorgoglia attorno, ma ormai non sono più questi i tempi da leggende, ed egli, il povero, vecchio Ombrone, dovrà convincersi che era meglio cantare e piangere e spasimare attorno a uno scoglio entro il quale credeva racchiuso il bene agognato, che avere la cruda certezza di avere sognato ed aspettato invano.
- Piangere non è male quando si piange per qualcuno - sussurra al fiume un grande cipresso carico d'anni e di esperienze - male è quando si piange per niente - .
Le antiche casette di Sasso d'Ombrone, alte sul colle, raccontano la storia di Ambra e di Ombrone alle casette nuove che ascoltano irridenti e scanzonate proprio come i giovani di oggi, ed aspettano per vedere quanto ci mette il vecchio fiume a consumare quel sasso in mezzo all'acqua.

La leggenda della Torre della Bella Marsiliana

LA LEGGENDA DELLA TORRE DELLA BELLA MARSILIANA


Arsa dai venti, arroventata dal sole della grande estate maremmana, corrosa dalle intemperie, la Torre della Bella Marsilia, sui monti dell'Uccellina, resiste indomita e fiera come l'anima della giovinetta che vi crebbe e della quale ha preso il nome. Chi, in Maremma non conosce o non ha sentito nominare la Torre della bella Marsilia?
Nel 1500 questo superstite rudere era uno dei castelli più belli della Maremma, con il mastio, le due torri, gli spalti merlati e in esso viveva la ricca e potente famiglia dei Marsili. Attorno, la fitta macchia mediterranea, giù a picco le aspre scogliere, e il mare con le sue collere selvagge e i suoi teneri mormorii.
In questo ambiente, a contatto della natura, crebbe Margherita, la figlia giovinetta di Nanni Marsili, dalla fulva chioma e dagli occhi viola, ardita, coraggiosa e bella. E di coraggio ce ne voleva a quei tempi, per vivere nella infelice terra di Maremma aperta a tutti gli sbarchi, preda di tutte le cupidigie. E non sempre dei coraggiosi era la vittoria.
Una notte nel 1511 ( il mese è imprecisato) il libeccio urlava con tanta furia e il mare ruggiva con tanta ferocia che al castello si allentò la guardia degli uomini affidandola all'infuriare degli elementi; chi poteva avventurarsi, sia per mare che per terra, sui monti dell' Uccellina in una tale notte d'inferno?
Ed ecco invece una masnada di corsari arrampicarsi silenziosi e felini su per le scogliere, guidati dal crudele Ariodemo Barbarossa. Erano sbarcati inosservati, forse per la foschia, nelle insenature di Cala di forno ed ora si avvicinavano con gioia feroce al castello immerso nel sonno e guarnito di pochi difensori, sicuri della vittoria. E a un tratto, con l'urlo selvaggio del vento ecco le urla non meno selvagge degli assalitori, ecco le prime invocazioni, i primi comandi. Ma colti di sorpresa i difensori si difendono male, scavalcato il ponte levatoio i ladroni sono ormai dentro il castello e la carneficina comincia implacabile e spietata.
L'alba livida rischiarò uno dei più orribili spettacoli. Unica scampata al massacro Margherita, la giovinetta dagli occhi viola. E non certo per pietà: così giovane e bella rappresentava "l'oggetto" più prezioso del bottino e bisognava non farle male se la si voleva vendere a Solimano II.
Asportato tutto quello che si poteva portar via, distrutto tutto quello che si poteva distruggere, i pirati legarono e imbavagliarono la fanciulla impietrita dall'orrore, trasportandola insieme con altre cose, giù alle sambuche in attesa.
Margherita coraggiosa e fiera non implorò misericordia; si ribellò come una furia, rifiutò il cibo, giurò a se stessa che avrebbe ripagato male per male.
Quando i pirati la deposero davanti al sultano questi la guardò con ammirazione e stupore proprio come si guarda un monile prezioso: quei riccioli dai riflessi di fiamma e l'impero di quegli occhi viola lo soggiogarono.
Per quanto giovane e ignara (aveva appena sedici anni)Margherita intuì subito il potere di quel fascino e ne approfittò senza scrupoli portando lo sgomento e la disperazione dell'harem. Il sultano la elesse prima sua favorita poi moglie legittima; sottomesso a lei giovinetta, come un fanciullo.
Ma la prima moglie e le ex favorite lottavano e complottano per conservare il trono ai loro figli e questo disturbava Margherita la quale molto graziosamente, ottenne di far piazza pulita delle madri e dei figli.
Abbagliato dal fulgore di quella chioma rossa, Solimano concedeva, concedeva .... E Margherita fu la vera padrona dispotica, crudele, decisa a rivalersi di quello che avevano fatto a lei.
E così i sultani, Murad III e Maometto IV, succeduti a Selim II, furono i figli di Margherita Marsili detta la Rossa la quale si spense, ormai paga e ben vendicata, nel 1566 a Costantinopoli.
Pare che, nonostante il suo coraggio, le fosse mancato quello di rivedere la sua terra, il suo castello devastato dove più nessuno dei suoi viveva. E chi sa se nei momenti in cui l'odio, l'ambizione, l'orgoglio tacevano, avrà mai pensato a quella sua torre alta sul mare, ai suoi boschi, alla sua gente.
La torre sulla quale pesa tanta storia e tanta leggenda svetta ancora sui monti dell'Uccellina. E quando il sole al tramonto trae riflessi cuprei dalle aspre scogliere, pare che una gran chioma fiammeggiante fluttui nel vento, fasci e lambisca le vecchie pietre della torre mentre giù sotto, le onde placate si fan viola come gli occhi di quella antica fanciulla maremmana.

Leggenda del Cristo miracoloso di Paganico

LA LEGGENDA DEL CRISTO MIRACOLOSO DI PAGANICO


Dei secoli oscuri dei quali rarissimi ci restano i documenti, e, rispetto a determinati ambiti, altrettanto rari sono i resti materiali dei manufatti, non possiamo che affidarci a quanto narrano le leggende, cercando di capire, fra le pieghe del narrato, cosa si mangiava, come si viveva, come ci si riparava dalle intemperie: le capanne erano coperte di scargia, la paglia che cresce spontanea ai margini del padule, che resiste all’acqua, ma non ai secoli; o di scandole, quadrelli di legno che lasciavano scivolare la pioggia, ma che alla lunga si sono imputridite e distrutte sotto l’azione combinata del sole, dell’acqua e dei microrganismi.
Che il borgo fortificato che la Repubblica di Siena fece costruire a metà della strada per il mare, sul finire del tredicesimo secolo, fosse in origine un agglomerato campestre, o più precisamente pagano, è testimoniato dal nome che porta: Paganico. Monaci guerrieri furono posti a guardia delle quattro porte, una che guardava a occidente e una verso l’Ombrone, il fiume che se l’è mangiata; una verso il mare e l’altra, la più importante, sormontata da una torre, verso la città madre: Siena. Nel secolo successivo fu ultimata la costruzione della chiesa, fatta affrescare dagli artisti di scuola senese, con l’abside rivolto a est: quale effetto mistico quello provocato dalla luce del sole sorto da poco, filtrata dai vetri colorati del finestrone dietro l’altare, sui devoti presenti alle funzioni del mattino! Si narra che durante il rifacimento del tetto, un lavorante cadde da una capriata: s’alzò senza riportare un graffio né una frattura e tornò tranquillo a lavorare. Ma dalla sua bocca non uscirono più le bestemmie che pronunciava prima.
Al tempo in cui era parroco Nereo Cappelli, di famiglia civitellina (amato dai paganichesi, a dispetto della inimicizia storica fra gli abitanti dei due paesi) l’altare del lato sud della chiesa, quello dedicato al crocefisso della leggenda, era coperto da un pesante drappo rosso. Intorno numerosi ex-voto testimoniavano il sentimento religioso dei paganichesi,. Il crocefisso ligneo, di pregevole fattura quattrocentesca, di cui la gente ignora l’origine storica, ma tramanda la leggenda del suo ritrovamento nella macchia e della contesa con i civitellini, veniva esposto e portato in processione solo per la festa del Corpus Domini. Il prete teneva alto sopra la testa il ciborio con l’ostia, un baldacchino di tela bianca con le frange d’oro lo riparava dal sole, uno stuolo di bambini vestiti da angioletti gli faceva corona per le vie del paese. Questo era il tempo per ammirare il cristo, pregarlo, onorarlo, raccomandare una grazia. Poi tornava a nascondersi dietro il drappo di tessuto rosso.
Narra la leggenda che un gruppo di cacciatori paganichesi rinvennero, durante una battuta di caccia, nella macchia, un cristo, nascosto fra la vegetazione. Anche i civitellini, che cacciavano nella stessa zona, lo trovarono. Non ci è dato sapere se lo vedessero prima gli uni o gli altri, fatto sta che entrambi i gruppi ritenevano di avere il diritto di appropriarsi della sacra immagine. C’è chi afferma che il cristo fu portato a Paganico e che i civitellini fossero andati a riprenderselo; chi sostiene il contrario. Ma tutti concordano nell’asserire che gli uni e gli altri se le dettero di santa ragione, finché esausti decisero, con una soluzione che sta più sul versante del pagus che su quello del civis, di affidare il caso alla volontà divina. Le versioni della leggenda sono contrastanti: c’è chi dice che le giovenche si diressero senza indugio verso Paganico, e così fu stabilita una volta per tutte la dimora della scultura, e chi invece giurerebbe che presero la direzione di Civitella. Come mai, allora, il cristo oggi si troverebbe a Paganico? Perché la volontà di Dio non si sarebbe espressa attraverso le due giovenche, ma proprio per mezzo del suo figliolo. Durante la notte una nevicata aveva coperto di uno spesso strato candido le colline dell’entroterra maremmano. I civitellini infreddoliti che si recarono in chiesa di buona mattina trovarono vuoto l’altare che avevano destinato ad accogliere il cristo. Stupiti si chiesero chi potesse averlo trafugato, con una idea ben precisa in mente: i paganichesi, di sicuro. Con quella neve, non sarebbe stato difficile scoprire il misfatto: bastava seguire le orme impresse nel manto soffice. Ma si accorsero, con maggior stupore, che un’unica traccia si dirigeva dalla loro chiesa al borgo fortificato del piano sulla riva dell’Ombrone: quelle di un uomo scalzo che, sceso dalla croce, aveva deciso di recarsi, da solo, alla sua nuova e definitiva dimora.